• Barbara Fabbroni( on Visto)

Un urlo di ribellione


Siamo tutti un po’ Sherlock Holmes, la cronaca nera cattura e stimola interesse. Così il filone delle tragedie umane consumate con violenza riempie i palinsesti di varie reti Tv. Non solo programmi televisivi, dove la tragedia umana diventa protagonista, ma serie Tv che popolano le varie reti e che si colorano di giallo.

È fuor di dubbio che programmi televisivi, dove la tragedia sfiora la linea di confine con un gossip velato hanno uno share molto alto. Gli ascolti decollano, più si fa notizia più lo spettatore incuriosito resta appiccicato allo schermo televisivo. Un evento tragico come può essere l’omicidio di un figlio, di una moglie, di un’amate diventa una sorta di miele che crea dipendenza.

Sempre più spettatori sono lì in attesa di sentir parlare di fatti di cronaca nera, tanto che non passa giorno che una rete televisiva punti l’accento su tragedie, se non ci sono di nuove vengono scomodate le vecchie con riflessioni e argomentazioni che mirano a trovare qualcosa di inesplorato.

Insomma la “violenza” sembra diventata la nuova protagonista in fatto di share.

Così si susseguono esperti, criminologi, psicologi, opinionisti, giornalisti a esprimere la propria opinione su fatti limite.

Vengono calpestati brutalmente i confini che dividono la sfera pubblica da quella privata, e l’ambito giudiziario si confonde con quello mediatico trasformando i tribunali in studi televisivi. Un palcoscenico dove il dramma umano diventa protagonista inferiore a quello degli attori che popolano la vicenda.

Qual è il motivo di tanto interesse da parte del pubblico? Perché eventi così tragici catturano l’immaginario collettivo creando una schiera di seguaci che rincorrono le trasmissioni che parlano di fatti così crudi?

Nel caso di un omicidio la vittima diviene il fulcro su cui i riflettori vengono diretti, la sua vita viene svelata anche negli anfratti più intimi, tutto è vagliato sotto una lente d’ingrandimento che non nasconde nulla.

Dai ricordi d’infanzia alle parole dei vicini di casa, dalle amicizie alle vacanze, dalle immagini di un luogo intimo al posto di lavoro, dai luoghi frequentati alle discordie in famiglia. Tutti dettagli del vissuto di un individuo che permettono allo spettatore di conoscere in profondità la vittima. Nulla resta all’oscuro, anzi accade che il tutto viene rielaborato e condito di particolare che intrigano e catturano l’attenzione.

Così diventiamo investigatori e tiriamo fuori la nostra versione dei fatti. Ancor più protagonisti diventano coloro che ruotano intorno alla vittima, loro acquistano un ruolo di “star” pur mascherato dal bisogno di verità.

Programmi come “Chi l’ha visto” sono molto attenti alle e-mail che ricevono dai loro telespettatori, dove vengono riportati suggerimenti e punti di vista. Questo permette di sentirsi legati a doppio filo con la trasmissione e partecipare attivamente al caso.

Se ben ci pensiamo non avere legami con la vittima permette una distanza protettiva dalla tragedia. Il pensiero “poteva capitare a noi” ma fortunatamente non è capitata, passa sulla testa di chiunque.

Una sorta di “vicinanza-lontananza” che crea un filtro protettivo e attiva una sorta di piacere voyeurista nel pubblico.

Molti spettatori vivono le storie drammatiche come se leggessero un romanzo giallo. Tant’è che i casi che sono trattati dai programmi televisivi con una certa ridondanza hanno in sé tratti caratteristici del romanzo, infatti sono situazioni che posso essere facilmente romanzate.

Il delitto di Cogneè forse uno dei primi esempi, dove la cronaca si è focalizzata per un lunghissimo periodo. Attualmente il caso Vannini sta invadendo a macchia d’olio ogni programma che si occupa di cronaca tanto più dopo la sentenza di appello che ha abbassato sostanzialmente la pena. L’omicidio di Sarah Scazzi seguita dalla telenovela infinita e macabra che ha per protagonisti proprio i familiari della quindicenne di Avetrana.

L’omicidio di Garlasco, con l’atteggiamento glaciale e distaccato di Alberto Stasi.

Per non parlare del processo mediatico di Perugia, dove si possono rintracciare tutti i tratti del romanzo perfetto.

Ciò che rende ancora più viva la partecipazione a questi programmi sono i continui colpi di scena, i personaggi ambigui e misteriosi.

Così il popolo della Tv e della rete diventano esperi criminologi, mentre gli indagati vengono intervistati e pagati come vip dell’orrore.

Che dire … uno scenario triste se non raccapricciante con epiloghi disastrosi, poiché nelle persone fragili c’è il rischio dell’emulazione.

L’omicidio diventa solo un dettaglio nella vasta copertura mediatica di questi casi, a discapito delle vere vittime.

Tuttavia, il pubblico ha sete di sapere.

La cronaca nera è parte viva in molte comunità e deve essere trattata giornalisticamente nel modo migliore possibile che è quello di dare notizie e non chiacchiere, nel rispetto delle vittime (a qualsiasi livello) e della verità (quella processuale e quella dei contesti).

Attualmente ogni emittente ha la sua trasmissioni di cronaca nera, con casi da risolvere, casi irrisolti e casi ormai risolti che attendono che la giustizia dia la sua ultima sentenza. Il crimine sembra diventato il pane quotidiano di una ricca fetta di telespettatori. Telespettatori che dopo aver nutrito la fame di investigatori spenge la Tv e va a dormire.

L’informazione, d’altro canto, non può e non deve diventare spettacolarizzazione ispirata più all’amore per l’audience che all’amore per la verità: in gioco c’è la dignità e il vissuto delle persone. Un vissuto che molte volte porta con sé esperienze laceranti di dolore, fatiche, menzogne, sospesi familiari che provocano agiti estremi.


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