• Barbara Fabbroni( on Visto)

Assassini e emulatori


Archiviato il caso Antonio Logli, con tanto di sentenza della cassazione del 10 luglio 2019, le cronache continuano a riempirsi di fatti sanguinosi, dove al centro si trovano le donne. Sembra la storia infinita di una guerriglia tutta personale messa in scena da uomini che dicono di amare le donne ma in realtà sono uomini che inseguono le donne come dei lupi assetati di vendetta. Un’altra storia triste si è giocata, giorni fa, in una calda sera estiva a Savona quando l’ex entra in un ristorante, fredda al tavolo, senza alcuna pietà, la donna che fino a qualche tempo prima era la sua compagna.

L’ennesima vicenda dalle declinazioni violente, dalle angolazioni sconvolgenti che si chiude su se stessa con l’epilogo di sempre: una donna morta, uccisa dalla mano di colui che l’ha amata e dice di amarla ancora!

La cronaca continua a chiamarli “delitti passionali”!

È un fenomeno, questo, dalle caratteristiche esponenziali che sembra alimentarsi giorno dopo giorno, come se ci fosse l’effetto imitativo di ciò che compiono gli altri. “Se loro hanno risolto così il mio stesso problema potrei farlo anche io”, sembra l’idea che passa nelle menti di questi soggetti! È un dato di fatto sempre più donne vengono uccise, nelle maniere più assurde e con motivazioni che, a volte, non hanno alcun fondamento. Questi omicidi non sono l’espressione di una psicopatologia conclamata, con pregresse crisi e cure psichiatriche; molti di questi uomini sono perfettamente inseriti nel mondo lavorativo e familiare e sono persone spesso giudicate “perfettamente normali” da coloro che li conoscono. Che cosa accade dentro di loro? Perché uccidono? Uccidono perché cercano di trovare una soluzione al loro problema affettivo emulando ciò altri uomini hanno fatto? Nell’emulazione si sentono meno colpevoli e al tempo stesso si creano un alibi interiore?

Certi omicidi sono aumentati soprattutto da quanto i palinsesti sono pieni di programmi, dove si parla solo di omicidi, soprattutto a scapito delle donne. Vengono sviscerati i casi come se si fosse in presa diretta con l’evento. È una televisione che spesso cade nel macabro creando una suggestione che senza dubbio ha presa nello spettatore fragile. L’effetto imitativo sembra integrare e dar forza a tutte le anime travagliate che stanno vivendo un momento di smarrimento a causa della perdita dell’amore.

Alla base di ogni omicidio verso una donna c’è sempre una ferita d’amore da parte del partner. Un amore malsano che non sa gestire incertezze, faglie, conclusioni che cerca nel suo gesto estremo di dar voce al dolore. Un amore che non conosce il rifiuto, che si mostra come unico nutrimento al loro bisogno. Senza quell’oggetto d’amore la loro vita è finita, loro sentono di non esistere più. L’amore di questi uomini si esprime con l’assoluta esclusività e possesso dell’oggetto amato, solo loro possono e hanno il diritto di amare queste creature che fuggono sperando di salvarsi ma, poi, si ritrovano a fare i conti con la fredda carezza della morte.

È un fenomeno che necessariamente deve farci riflettere, non dobbiamo ricadere su inutili considerazioni morali o giudicare, poiché in questo modo il problema si alimenta e non trova soluzione.

“L’ho uccisa perché l’amo!”, è una frase che spesso viene detta da coloro che hanno commesso delitti verso le proprie mogli, fidanzate, compagne di vita. È sempre il solito cliché che riempie le pagine dei magazine e i programmi televisivi. Il copione è sempre lo stesso, le dinamiche sono le solite, il movente è ormai standardizzato. Più si uccide e più persone sembrano trovare quella stessa via per chiudere un capitolo sgradevole della perdita dell’oggetto d’amore.

In tutta questa girandola di dolore e odio, di vendetta e di possesso imbevuto di gelosia cosa resta dell’amore vero? Qual è il ruolo di queste donne vittime di colui che hanno amato e a volte voluto con determinazione?

Questi uomini amano oppure cercano solo un oggetto d’amore da rendere schiavo e da gestire secondo il loro desiderio?

Ben sappiamo che generalizzare in queste situazioni è assolutamente fuorviante ma c’è qualche tratto comune agli ultimi casi di “femminicidio” che meritano una riflessione a parte.

La violenza che un uomo esprime verso una donna, come si è detto, non è il frutto di una mente malata, di un mostro, di un pazzo, o di un individuo dei bassifondi sociali, può generarsi anche in persone che hanno una buona posizione sociale, un lavoro importante e vengono da un ambiente sociale alto. La scintilla che innesca la reazione violenta fino a portare a compiere il delitto, accecati dalla follia, nasce dal non accettare che la donna acquisti la sua autonomia, che si separi, che lo lasci solo in balia del suo amore naufragato.

Sono uomini “disperati” che cercano una strada per sedare la propria voragine di dolore. La disperazione nasce dalla perdita del contatto con se stessi e con la propria individualità nel momento in cui il loro investimento affettivo naufraga.

Tant’è che spesso dopo una separazione o la fine di un fidanzamento accade l’imprevedibile. L’insicurezza, la scarsa fiducia in se stessi, li portano a non comprendere cosa sta accadendo nella loro relazione, non accettano che possa finire, così accusano la partner considerandola l’unica responsabile del disastro e del fallimento. Dentro di loro, come un vortice senza fine, si alimenta una rabbia che chiede vendetta, dapprima trasformano la vita della partner in un incubo, poi se la donna cerca di ricrearsi una vita, di costruirsi un nuovo amore non riescono più a contenere la disperazione giungendo, come nel caso di Savona, a uccidere. Possono mettere in atto un comportamento da stalker che, come spesso accade, viene svalutato e poco considerato. Così la donna subisce minacce, viene pedinata, picchiata, fintantoché non accade l’irrimediabile.

La violenza diviene l’unico meccanismo di difesa da parte dell’uomo per non sentire il dolore lacerante della perdita dell’oggetto amato. È come se con il mettere fine alla vita della sua amata l’uomo continuasse a mantenere il possesso di quell’oggetto.

Gestisce l’amore per l’altro come possesso di un oggetto da amare crea una distorsione profonda sul senso e significato dell’amore così che l’amore vero si dissolve e sparisce. E qui nasce il problema che innesca la scintilla nel cuore ferito dell’uomo. Tanto più in un’organizzazione di personalità di questo tipo l’influenza che un soggetto altro, che ha compiuto un gesto estremo come quello di uccidere la partner, può avere un effetto devastante poiché c’è la tendenza a imitarlo. “Se lui ci è riuscito potrei riuscire anche io”! Così si dà avvio a un circolo vizioso sociale, dove l’unica via di fuga da questo dolore di perdita sembra quello di giungere a eliminare la persona amata.

Quell’amore è un amore importante per il soggetto che lo vive, è il suo bisogno primario, irrinunciabile, ma non è la stessa cosa per la partner che dal canto suo vive la mancanza totale di autonomia e si sente come in prigione. Amare veramente l’altro implica il riconoscimento dell’autonomia dell’altro non il possesso schiavizzante.

Così l’uomo diventa sordo e cieco, affamato di un amore che non può più avere, dove l’unica possibilità per non interrompere questo assoluto bisogno è prendersi definitivamente la vita dell’amata. Ucciderla apparentemente placa questa ricerca infinita che conduce in un vortice senza via di ritorno.

L’epilogo triste è: ti uccido perché ti amo!


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