• Barbara Fabbroni( on Visto)

L'odio non è più un tabù


Di anni ne sono passati da quando Giuda Iscariota tradisce Gesù, mosso da un sentimento di invidia e odio. Nella nostra cultura l’odio è da sempre un sentimento, un’emozione da evitare, da elaborare a favore della comprensione e dell’accoglienza. L’odio è un’emozione così visceralmente negativa che certo non porta a costruire sani rapporti. Attualmente, è il tema di “Why We Hate”, la docu-serie prodotta da Steven Spielberg e Alex Gibney. Certo è che se Steven Spielberg ha deciso di trattare in un docu-film un tema così scottante la cosa è davvero preoccupante.

Il docu-film analizza questo sentimento in sei puntate cercando di sviscerarne le cause e la sua costruzione all’interno dell’animo umano, anche se la cosa è davvero ardua. Comprendere il fenomeno globale dell’odio, è in questo nostro tempo, vitale per riuscire a capire cosa smuove la comunicazione via Social e Internet, dove l’odio sembra essere la colonna sonora di tanti commenti, affermazioni, minacce.

Basta pensare a quanti personaggi del mondo dello spettacolo sono attaccati da commenti assurdi anche di fronte a situazioni importanti come lo è stato per la malattia di Nadia Toffa, Emma Marrone. Al tempo stesso gli haters non dispendano nemmeno altre celebrites come Chiara Ferragni, Michele Hunziker, Belen Rodríguez, Stefano Gabbana. Lo stesso vale per Barbara d’Urso, Greta Thunberg, Matteo Renzi, Matteo Salvini, solo per citarne alcuni.

Ma che cos’è l’odio? Come si supera? Perché si struttura questo sentimento nella persone?

L’odio quasi sempre è l’aspetto in ombra dell’amore. Un sentimento che si organizza nell’individuo a partire dalle sue primissime esperienze e dal suo vissuto in relazione all’altro.

Se una persona, sin dalla sua nascita, sperimenta un sentimento d’amore sano e si sente amato e riconosciuto, è difficile che possa organizzare all’interno di sé un sentimento di odio verso l’altro. Al contrario se la sua esperienza è carente d’amore o l’amore è rivolto verso un altro oggetto da coloro che devono accudirlo, l’individuo sperimenterà questa emozione così intensa e violenta come meccanismo di difesa.

Alla base dell’odio c’è il timore della mancanza dell’altro. La mancanza costituisce, infatti, un terreno scivoloso: è un sentimento di disarmo, di perdita di certezze, la sofferenza di venir strappati da se stessi, dal proprio Io che vigila su tutto.

Così alcune esperienze del passato si ripresentano vive e forti nel qui e ora tanto da esprimersi nei rapporti con i partner e con i figli, con i terzi, al di fuori della consapevolezza.

L’odio inconscio che cova dietro l’amore o dietro all’invidia apre la via a una visione nuova e per certi versi spietata di se stessi. Questa ondata di odio che è manifestata da molti, sta navigando in maniera dilagante attraverso i Social. È diventata una forma comunicativa aggressiva, di attacco, violenta e senza alcuna forma di rispetto.

I social, nati dalla necessità di offrire una nuova forma di comunicazione, sono diventati un accattivante territorio di esposizione per tutti. Siamo tutti online, una piattaforma comunicativa ed emotiva che racchiude manifestazioni infinite.

Se poteva essere un traguardo innovativo nell’ambito della comunicazione, si è rivelato ricco di insidie. Il lato oscuro della rete si sta caratterizzando sempre di più con nuove sfumature dal carattere pericoloso.

Le relazioni umane e qualsiasi settore della nostra vita dallo spettacolo alla politica sono intrise di odio espresso attraverso i social network. Spesso in rete ci si trova come immersi in un campo di battaglia, dove tutto e il contrario di tutto sembra ammesso senza alcuna censura. La violenza e l’odio sono le principali manifestazioni che coinvolgono in maniera globale anche personaggi non legati tra di loro.

Quello degli haters è il fenomeno dei “hate speech”, che trova terreno fertile nei social. Lo “hate speech” è un insieme di parole colme di odio e di violenza verbale contro una persona o un gruppo di persone sulla base di alcune caratteristiche quali razza, età, genere, scelte sessuali, appartenenza linguistica, religiosa, culturale, sociale, ecc.

Questa sta diventando una modalità comunicativa esplosiva che travolte tutto e tutti senza alcuna censura.

È un’ondata di violenza che travolge e sembra inarrestabile. L’odio, si sa, è sempre esistito, è cambiato il modo di comunicarlo, di esprimerlo, di esercitarlo.

Queste manifestazioni d’odio, seppur prive di violenza fisica, spesso sfociano in drammatici fatti di cronaca, come il suicidio della vittima. Drammi che affollano le cronache in questi ultimi anni, le vittime hanno un ventaglio ampio di età.

Il vero problema che non esiste un confine tra realtà e virtuale. Chiunque, dovunque ed in qualsiasi momento può essere preso di mira e travolto dalla rete di odio e violenza.

Gli internet haters sono un popolo nel popolo, spesso si nascondono dietro profili falsi, quando appoggiano la mano sulla tastiera iniziano a vomitare fiumi di odio.

Sono uomini e donne, che coperti dall’anonimato utilizzano un linguaggio violento. Spesso dietro al nickname ci sono persone di qualsiasi tipo. La rete è la voce del laboratorio dell’odio dove lo sfogo per le proprie frustrazioni si riversa sull’altro. L’interlocutore non è presente, non è un individuo in carne e ossa, questo è un grande vantaggio per le persone che si dedicano a riversare odio sull’altro, non hanno un confronto ma solo un immagine cui versare il proprio sentimento folle di odio. e quindi non ci si cura dei suoi sentimenti.

L’odio è figlio di un disagio e i social sono il contenitore dove poter scaricare le proprie scorie psichiche. È una forma di bullismo senza presenza fisica. Fare i prepotenti senza l’altro di fronte fa sentire ancora più forti e potenti tanto da essere ammirato dal popolo della rete.

L’odio è alla base del fenomeno del cyberbullismo che sta mietendo vittime in tutto il mondo.

Il vero problema è che gli insulti sui social si scatenano su qualsiasi tema. Denigrare l’altro è sempre esistito, il dramma che si vive oggi è che si denigra anche per futili motivi. Questo è un fenomeno grave poiché le parole sono come pallottole.

Come arginare questo fenomeno? Difficilissimo anche se è stato formulato un Manifesto della comunicazione non ostile in rete.

Sono 10 regole (fonte web) che le persone della rete devono darsi per rendere internet un luogo migliore, senza odio.

Virtuale è reale. Dico o scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.

Si è ciò che si comunica. Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.

Le parole danno forma al pensiero. Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.

Prima di parlare bisogna ascoltare. Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.

Le parole sono un ponte. Scelgo le parole per comprendere farmi capire avvicinarmi agli altri.

Le parole hanno conseguenze. So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.

Condividere è una responsabilità. Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.

Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare. Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.

Gli insulti non sono argomenti. Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

Anche il silenzio comunica. Quando la scelta migliore è tacere, taccio.

Che dire … ogni vita vera è incontro, non pervertitevi questa opportunità mascherandovi in una vita altra per paura, timidezza, insicurezza.


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