• Barbara Fabbroni( on Visto)

La vergogna dell'odio antisemita


Liliana Segre, 88 anni, capelli bianchi, sguardo profondo, nonostante l’età è una donna determinata, incisiva, forte, ha riempito le cronache, catturato l’attenzione dei talkshow più seguiti, per la triste esperienza, che sta vivendo in maniera pressante, attraverso la rete mediatica, dove le viene vomitato addosso un odio incontenibile. Ebrea, deportata a soli 13 anni, catapultata in un luogo dove l’unica possibilità era quella di morire, è viva per miracolo. Una vicenda profonda che, nella Senatrice, ha riaperto una ferita antica tutt’ora segnata da un numero indelebile nella sua pelle: 75190.

Un numero, che racchiude un’esperienza al limite della vita, vissuta nella sua giovanissima età, pagata con lacrime, sofferenza e tanto, tanto odore acre della morte. Chi veniva deportato difficilmente rivedeva la luce, raramente aveva la fortuna di riabbracciare i suoi cari e riprendere la sua vita. Vite spezzate, annullate dall’odio, sgretolate dalla rabbia più profonda, annullate da una falsa credenza sulla razza ariana, da difendere a tutti i costi, che per anni ha terrorizzato molte vite.

Gli ebrei rappresentavano la “razza” da eliminare per poter garantire un futuro umano assolutamente perfetto, con individui che non appartenessero a etnie diverse da quelle indicate dall’ideologia Hitleriana. Un’ideologia fondata su un odio infinito verso una popolazione che in gran parte dovette rifugiarsi in America per non cadere nella rete dei campi di concentramento.

Nel XXI secolo siamo ancora alle prese con alcuni individui che vivono e agiscono mossi da un odio profondo verso gli ebrei, costruendo situazioni che smuovono emozioni elaborate con fatica e lacrime amare, con la morte di persone care e la desolazione incisa nell’anima.

Un odio così radicato che attualmente non ha una vera e propria motivazione ideologica (seppur folle) come quella che ha attraversato i primi anni del ‘900. Eppure, c’è ancora. Tanto che persone come la Senatrice Segre vengono prese di mira e distrutte nella loro sfera emotiva con dichiarazioni violente, forti, folli.

Nonostante siano passati molti anni da quel periodo così violento per la popolazione ebrea e l’ideologia antisemita, oggi sembra riemergere senza alcun motivo. L’attacco all’ebraismo e all’ebreo sta sempre più prendendo corpo, tanto da diffondersi in maniera esplosiva.

L’impressione che arriva è quella che la comprensione verso l’altro ha lasciato spazio

all’odio, al rancore e alla rabbia. La Senatrice è una donna forte, determinata, tanto da promuovere, a seguito di questa tendenza forte all’antisemitismo, una mozione in Senato che istituisca “la Commissione parlamentare contro l’odio”, mozione approvata dalla maggioranza dei senatori.

Un passo verso la vita? Verso la cancellazione dell’odio? Sarà davvero così?

L’odio è un sentimento così particolare che pervade la persona in ogni sua più piccola parte, assorbe ogni suo pensiero, crea sensazioni ed emozioni devastanti che cercano di annullare l’altro, ovvero colui che è oggetto dell’odio.

La vita non è cementata nell’odio, nella distruzione dell’altro. La vita dovrebbe invitare a costruire non ha distruggere. È il messaggio che anni fa è stato celebrato nel meraviglioso film di Roberto Benigni: “La vita è bella”, premio Oscar. Un film che è insegnamento assoluto di accoglienza, condivisione, voglia di combattere nonostante l’avversità non dia scampo.

Benigni ben lo insegna. Il suo film è un manifesto contro l’odio, contro la discriminazione, contro ogni azione di violenza verso l’individuo.

Lui lo racconta con parole e immagini seguendo la sua filosofia di vita volta alla conoscenza assoluto dell’altro. Anche Liliana Segre, un po' come nel film “La vita è bella”, si rivolge alla coscienza di ognuno.

L’antisemitismo, si sa, ha radici antichissime. Se un tempo la sua spiegazione poteva essere semplice poiché tra i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, gli Ebrei erano (quasi) gli unici Monoteisti, oggi, dopo gli eventi che stanno ancora accadendo, la cosa si fa incomprensibile.

È incomprensibile perché la popolazione ebraica è un numero così minimo da non destare alcuna preoccupazione. Eppure, l’odio verso gli ebrei sta crescendo in maniera esponenziale in tutta Europa. L’aumento dei reati antisemiti porta alla percezione di maggiore insicurezza. Nonostante tutto la nostra società è popolata da individui insicuri, con un’autostima fragile, con la paura di sentirsi soli nella loro naufragante solitudine, così non resta che attaccare coloro che nell’immaginario sembrano più fragili.

La via Social è il luogo principe, dove la Senatrice Segre è attaccata, c’è tutta una rete di individui avvolti da una spirale di odio che le inviano oltre 200 messaggi al giorno. Lei non è l’unica ebrea attaccata da violenza verbale antisemita.

Infatti, i discorsi, gli stereotipi e le narrazioni antisemite sono sempre più pervasivi nella sfera pubblica. Molti ebrei in tutta l'Unione europea sono costretti a temere per la propria incolumità, dei propri familiari e delle persone care perché rischiano di diventare bersagli di molestie e attacchi. Questo lascia sorpresi e al tempo stesso preoccupa considerando la sete di violenza che si nasconde dietro a questi attacchi.

Molte discriminazioni antisemite restano invisibili, poche sono le segnalazioni nonostante la realtà sia un’altra.

Una domanda sorge spontanea: perché di nuovo tutto questo odio verso la popolazione ebrea?

Chi insulta, odia, ferisce la popolazione ebrea conosce davvero la loro storia o lo fa così perché è “figo” farlo? Sa cosa significa essere stati deportati in un campo di concentramento ed essere vivi per miracolo?

La violenza antisemita arriva come un pugnale che fende l’anima. Si sa, le parole sono più potenti delle pallottole, creano una lacerazione profonda che riattiva tutta una serie di esperienze archiviate.

Il problema che le nuove generazioni, gli adolescenti, sono imbevuti di stereotipi, false credenze e hanno dentro di loro una rabbia inespressa che spesso canalizzano nella maniera sbagliata verso soggetti particolari. La preoccupazione emerge dal fatto che non viene percepita la gravità di sistema del linguaggio d’odio.

La differenza sta nell’intensità della comunicazione d’odio, dove si crea l’effetto gregge.

Le nuove generazioni sembrano che conoscano solo questa modalità comunicativa, ciò è assolutamente disarmante e preoccupante. Tutto passa attraverso una regolazione di conti come se le parole fossero il nuovo fioretto che fa chiarezza e con cui si porta avanti la propria credenza. Ma che conti devono regolare con la popolazione ebrea?

Quello che emerge è il bisogno da parte di alcuni individui di canalizzare la loro rabbia verso un individuo o un gruppo di soggetti al fine di annullare la loro essenza di persone. Una rabbia così profonda che è promossa da un proprio vissuto interiore che non trova altra via per essere elaborato che la proiezione verso etnie minori o che in passato hanno vissuto violenze inaudite.

Se facciamo un profilo personologico di questi soggetti ci rendiamo conto che alla base della loro personalità c’è la mancanza di un equilibrio significativo, la percezione di non valere, il desiderio d’emergere anche a scapito dell’altro.

I soggetti che si ritrovano all’interno di questa rete antisemita hanno totalmente fatto fuori la presenza di una figura significativa nella loro vita che sostiene, stimola, confronta, da regole e offre un porto sicuro. Così l’odio rivolto verso l’ebreo funge da “meccanismo di difesa” per le proprie mancanze, i propri bisogni insoddisfatti, le proprie motivazioni infrante.

Il branco antisemita, e non solo, è più forte di qualsiasi altro riferimento, ha una forza che travolge come un effetto valanga. Toglie umanità, sgretola la personalità, creano alter che non rappresentano la persona ma sono solo proiezioni, dove l’individuo, piccolo o grande, riversa le sue frustrazioni, i suoi fallimenti, i sogni svaniti. L’esplosività di questa modalità proiettiva si alimenta nel gruppo di appartenenza alla stessa filosofia antisemita, così si crea un effetto infinito che travolge e si amplifica sempre più.

Sarebbe importante promuovere una cultura della civiltà ma forse anche questa è una vera utopia. La vita al tempo della comunicazione 2.0 è mancante del rispetto, della regola, della voglia di incontrare l’altro. C’è solo il bisogno di affermare se stessi nonostante il proprio esistere passi dalla frantumazione dell’altro.

È triste affermarlo, Liliana Segre altro non è che l’ennesima vittima di una modalità di vivere che ha alla sua origine una disfunzionalità della personalità che trova ristoro nell’incontro di altri soggetti promossi dalla stessa caratteristica. Creare uno stop a questa modalità di comportarsi è una battaglia difficile ma assolutamente necessaria.


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